La strada che porta al secondo istituto si snoda anche attraverso numerose risaie, ai due lati. Io le immaginavo sempre immerse nell'acqua, invece è ottobre il mese in cui sono sotto l'acqua: il resto dell'anno sono secche. A volte si vede un monaco buddista che cammina, scalzo, vestito di arancione con l'ombrello e la gamella. Chiede riso agli ambulanti, qualcuno riempie con una mestolata la gamella e poi si inchina in preghiera mentre il monaco lo guarda. Se non riceve l'elemosina, il monaco non mangia. Lungo il fiume i bambini hanno fatto uno scivolo di fango e si buttano ridendo tutti nudi dalle sponde.
Infine arriviamo. Fuori la stessa bacheca, solo che qui i bambini sono sei e ci sono anche le foto. Cinque sono minuscoli, uno ha meno di un anno. Entriamo. Il direttore non c'è perché è andato a prendere in ospedale due neonati nati ieri e lasciati lì dalle madri. Non siamo riuscite a capire se l'abbandono è legale in questo paese.
Appena arriviamo, le nanou corrono nelle due case con i bambini in braccio. Ci chiediamo perché. Poi cominciano le operazioni di scarico. Le nanou ci offrono acqua e the. I bambini non si vedono. Ci guardano dalle finestre. Con un po' di fatica facciamo comprendere loro di avvicinarsi e lo diciamo alle nanou , che parlano solo khmer. Alla fine escono. Ovviamente le bici e i tricicli sono presi d'assalto. I piccoli salgono sopra, con evidente soddisfazione, e i più grandi li aiutano a pedalare e a mantenere la strada. In particolare una bimba, piccolina, sui tre anni, con i capelli biondi per via del massiccio uso di cloro che si fa nell'acqua, agguanta un triciclo e non lo molla più. Con una certa soddisfazione vedo le bambine più grandi con le collanine di perline di legno al collo e con mollette e cerchietti per sistemare i capelli, portati qui durante la prima visita. Tutti ci riconoscono. L'aria che si respira è di festa. Invitiamo ad aprire i pacchi e si percepisce l'eccitazione quando cominciano a capire che gli alfieri contengono giochi. Ne aprono uno per volta, i bambini sono tutti intorno a guardare, e ciascuno prende uno o più giochi, poi viene da me o da Elisa e ci ringrazia, col tipico gesto delle mani giunte vicino al viso. Li guardiamo con un sorriso da parte a parte. Le nanou invece prendono le buste di vestiti e le mettono da parte. Poi, capiamo, faranno la suddivisione a seconda delle taglie dei bambini.
Tutto il timore che avevamo mentre gli alfieri venivano preparati, di avere pochi giochi per i grandi, sparisce. Tutti prendono tutto e li vediamo giocare anche con i giochi per bebè. Che tipica preoccupazione da madri occidentali che avevamo avuto …
Vediamo una bimba con il suo orsacchiotto e un nuovo zainetto verde sulle spalle. Una piccolina che abbraccia intenerita un Winnie The Pooh. Le bambole vanno a ruba e le guardano un po' ridendo. Si comincia ad aprire il secondo pacco e poi il terzo e il quarto. Io e Elisa prendiamo un po' di giochi per piccolissimi, sonagli e simili, e li portiamo nel “recinto” dei piccoli, un piccolo patio separato dove ci sono i bimbi al di sotto dell'anno che ancora non camminano. Portiamo loro, che guardano tutto quello che avviene con lo sguardo interrogativo, farfalline colorate, sonaglietti e pupazzini rumorosi. Li prendono e li studiano con estrema attenzione.
Intanto i bambini continuano a dividersi i giochi. Ogni tanto vediamo avvenire un baratto fra le cose prese. Quando vediamo apparire realmente qualche gioco per i gradi come un set di una fattoria o qualche minirobot vediamo un'evidente soddisfazione.
Questo posto ora mi sembra diverso. Caotico, allegro, pieno di gridolini, di larghi sorrisi. I giochi man mano spariscono. Credo che li portino nei loro letti o da qualche altra parte.
Alla fine dell'ultimo pacco, rimontiamo sul lupetto e ce andiamo all'albergo.
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Phnom Pehn 25 novembre 2005
Visita a Tuol Sleng
Non ho mai visto in vita mia un posto più terrificante. |
Non sono mai stata in un lager nazista, ma credo che Tuol Sleng abbia lo stesso carico di angoscia attaccato alle pareti. Era un liceo, trasformato dai khmer rossi in un luogo di tortura e morte dei presunti oppositori al regime.
È anche conosciuto come S-21. Ora è diventato una sorta di museo in memoria del genocidio e nel pomeriggio afoso, in cui ci siamo stati io e Pier, abbiamo contato molti turisti occidentali, come noi, ma anche diversi khmer. Senza memoria non c'è passato e non è possibile costruire il futuro.
Capiamo immediatamente perché la Cambogia ha livelli di arretratezza misurabili con l'Afghanistan e non con i paesi confinanti. Al piano di sopra, in una stanza chiusa, con sedie ribaltate e scrivanie con scartoffie lasciate dai khmer rossi riusciamo a leggere degli appunti in francese su una lavagna. I numeri della distruzione. La quasi totalità delle scuole e delle fabbriche di stato, la maggior parte di antichi templi buddisti, la maggior parte delle infrastrutture, milioni di animali uccisi, e ovviamente tre milioni di morti. Tre milioni. Un terzo dell'intera popolazione. Un genocidio.
L'ex scuola è composta da tre fabbricati messi uno longitudinalmente all'altro. Al centro un piccolo giardino. Ci sono le 14 tombe degli unici morti ritrovati sul posto e seppelliti. Gli altri giacciono nelle decine di fosse comuni nei dintorni della città. Quasi 2000 persone lavoravano in questo luogo e le guardie venivano scelte fra i ragazzini fra 10 e 15 anni. Sono finite a S-21 più di 10mila persone tra il 1975 e il 1978. Più circa 2000 bambini. I prigionieri, secondo la lucida pazzia del regime khmer, erano insegnanti (il 95% degli insegnanti è stato massacrato dal regime), medici, ingegneri, intellettuali, professori, studenti…
Prima di essere messi nelle celle ricavate dalle aule (anche 1m x 1m), i prigionieri - anche venti, trenta prigionieri in pochi metri di spazio - venivano fotografati. E le decine, centinaia di foto di persone che ti guardano dalle foto, in bianco e nero, sono Tuol Sleng oggi.
Un primo marchingegno di tortura è in giardino. Delle travi cui si appendevano i prigionieri per spezzare loro le braccia. O in alternativa, li si appendeva per i piedi, per affogarli nelle otri piene di acqua che si vedono di lato. Entriamo poi nelle stanze di tortura. Un nodo alla gola. Ma non si può non vedere. Non si può testimoniare, senza memoria…
… sono celle. Più grandi delle stanze dei prigionieri, perché i torturatori, evidentemente, volevano stare comodi. Filo spinato alle finestre. Altre finestre murate, una branda… una rete di metallo per terra… il sangue è sparito, dopo 30 anni, ma le urla le senti ancora. Così come l'angoscia, la disperazione e la morte. Alle pareti un foto ingrandita, ingrigita dal tempo e sfocata dall'ingrandimento grossolano… è il ritrovamento dei corpi in quelle celle. Amputati, deformati, in posizioni innaturali. Vediamo le celle una ad una. Ciascuna col suo carico di morte, ciascuna con la sua foto ingrandita del ritrovamento. A volte, sulla branda, sono conservati gli strumenti di tortura.
In ogni cella il regolamento.
1- Devi rispondere adeguatamente alle mie domande. Non provare a respingerle.
2- Non cercare di nascondere i fatti tirando fuori ogni sorta di pretesto. Ti è assolutamente proibito contestarmi.
3- Non fare l'idiota, perché sei uno che osa opporsi alla rivoluzione.
4- Rispondi subito alle mie domande, senza perdere tempo a pensare.
5- Non venirmi a parlare delle tue immoralità o della rivoluzione.
6- Mentre vieni frustrato o ti vengono somministrate scosse elettriche, non devi emettere un grido.
7- Non fare nulla. Sta' seduto immobile e aspetta i miei ordini. Se non ci sono ordini, sta' zitto. Quando ti chiedo di fare qualcosa, fallo subito senza protestare.
8- Non venirmi a parlare della Kampuchea Krom (Cambogia del Sud) per nascondere le tue ciance di traditore.
9- Se non segui tutte le regole di cui sopra, riceverai molte frustate con il filo elettrico.
10- Se disobbedisci ad una qualsiasi delle mie regole, avrai dieci frustate o cinque scosse elettriche.
Terribili poi sono le foto dei prigionieri passati di qui. Cartelloni giganteschi con le foto divise per genere… donne e uomini, soprattutto giovani. Tantissimi bambini anche sotto i 10 anni. Con orrore vediamo tanti neonati accanto alle loro madri. Sulle brande. Fotografo le fotografie. Catturo gli sguardi. Di chi sa ed è rassegnato. Di chi non si può rassegnare alla morte, di chi ha già provato la tortura e se ne leggono i segni sul viso.
Sono decine, centinaia, migliaia. Attraverso le stanze piene di foto. Non posso credere che tutto questo sia vero. Mi commuovo di fronte a una giovane donna fotografata con in braccio un piccolo di pochi mesi. È seduta su una sedia di legno, intuisco che sia uno strumento di tortura ma non ne capisco il funzionamento. Mi avvicino molto. Vedo una lacrima che scende sulle sue guance e il bambino tenuto stretto. Al piano di sopra è esposta la macchina. Capisco. Si tratta di un trapano che perfora il cranio.
Guardo altre foto, guardo tutte le foto, in una sorta di ipotetico omaggio alle vittime di un assurdo regime di folli, che ha mantenuto il suo seggio all'Onu, molto dopo la scoperta del genocidio, e arrivo alle tele, ai dipinti. Una sala contiene gli strumenti di tortura e le foto dell'epoca su come venissero utilizzati. Accanto a queste, i dipinti di cosa facessero i khmer rossi nelle campagne. Alle persone, ai bambini, strappati alle madri e fucilati lanciandoli in aria o sbattuti sugli alberi. La perversione è uguale a qualsiasi latitudine. Tanti massacri nazisti sono stati fatti nell'identico modo, anche su bambini italiani.
Mi meraviglio che io continui a non poter credere che tutto questo sia esistito. |