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bello bello bello ...
dedico questo lungo topic ai Lorenzo, agli Aliosha, alle Claudia, alle Livia, alle Emma, agli Alessandro, alle Camilla, ai Davide... a tutti i bambini che vogliono conoscere e saranno costruttori di un mondo migliore...
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Phnom Pehn 24 novembre.
Giornate intense. Intensissime. Sono qui da domenica ma mi sembra che sia passato un mese. Mi sembra di essere qui da sempre. Mi sembra un luogo che scopro ma che conosco. Fotografo moltissimo. Qualsiasi situazione, azione, passaggio di tempo. Tanti scatti che testimoniano un paese, un popolo, una storia, e una vita che domenica si sono ricongiunte.
Il fatto che Visal sia attaccato con il mastice al padre di fatto mi permette di muovermi, anche per molto tempo. Non speravo tanto. I nostri documenti erano pronti da questa mattina. Davvero un tempo record. Non aver trovato nessun volo libero ci dà tregua. Da domani visiteremo anche un'altra faccia di Phnom Penh. Anche un'altra…
Quella vista fino ad oggi è scritta nella polvere e nel fango. Le strade che conducono ai tre orfanotrofi visitati sono lunghe e impervie. Ai bordi, come sempre, la vita bidimensionale di questo paese. Gente per strada. Gente sulla strada.
Attraverso la nostra referente veniamo a conoscenza che le suore di un istituto avrebbero voluto materiale da distribuire a Natale per le famiglie contadine poverissime che vivono nei pressi dell'istituto. Poi abbiamo saputo che si tratta di 400 famiglie e 500 bambini. Abbiamo comprato tutto il materiale, trattando alla nausea con i commercianti di un mercato, e abbiamo stipato tutto in un anfratto dell'albergo. Le nostre minuscole camere già contenevano gli 11 alfieri e non avremmo saputo dove mettere qualche quintalata di sacchi in più. La mattina del giorno dopo sono iniziate altre incessanti trattative. Prima con i taxi, che qui devono essere sicuramente la upper class locale, nonostante gli altarini vicino al contachilometri e qualche santone che sostituisce Padre Pio, e poi, fallita questa, con un camioncino, stile Lupetto. Questa la spuntiamo e si affitta per due giorni.
Ora siamo pronte per trattare per l'acquisto delle biciclette, dei passeggini e dei libri. Ci stupiamo di quanto una semplice regola universale del buon commerciante qui sia totalmente ignorata: comprare un passeggino a 20$ non è uguale a comprare 10 passeggini a 20$. Ci si aspetta un ovvio sconto. Soprattutto quando dici loro che sei disposto a spendere 250$ ora. Cash. Sull'unghia. Le parole si alzano, i musi si allungano, la referente che deve tradurre comincia a saltare qualche passaggio, poi qualche frase, poi smette definitivamente quando io e Elisa urliamo in perfetto romanaccio quanto siano volpi questi qui a perdersi 250$ piuttosto che abbassare un po' i prezzi. Ce ne andiamo. Referente rossa e imbarazzata. Venditore incredulo. Incredulo. Già. Ma vaffanculo!
Passiamo ai libri. Mercato dal nome impronunciabile visitato solo da khmer. Nel piano alto ci sono i venditori di libri. Chissà che ci aspettavamo io e Elisa… un Salani editore? Un Einaudi junior? Sono librettini minuscoli di storie tradizionali. Niente per i piccoli. Niente per i grandi. Ci chiediamo poi se il nostro metro di percezione dell'alfabetizzazione non sia relativo. Quei libri che noi percepiamo adatti a 6-8enni, in realtà vanno benissimo anche per 14enni. I libri sono a buon prezzo. La commerciante ci fa uno sconto e ci regala anche dei libri. Anche noi ne compriamo. Con la traduzione in inglese. Ce ne andiamo soddisfatte.
Io decido di mangiare lì. Elisa non è d'accordo ma si son fatte le 2 ed è dalle 8.30 che siamo fuori dall'albergo. In trattativa costante. Ci avviciniamo a banchi che vendono zuppe e non so cosa. Una zuppa per la referente, un non so cosa per me e una Fanta sigillata per Elisa. Penso… quello che non strozza ingrassa. E speriamo che ingrassi! Che me frega… tanto sò assicurata!!! Insomma dopo aver spalato una tonnellata di carbone con le mani la tizia mi dà il mio nonsocosa con i ditini santi e poi si mette dietro al banco a fare pipì. Tanto sò assicurata… quello che lascio lo butto ai topi. Mi guardano. Apprezzano senz'altro il curry.
Si riparte. Un altro negozio... (“negozio”… è tutto in strada!) di bici. Finalmente un'altra donna. Capisce al volo e ci viene incontro. Allora non sono i commercianti!! Sono i commerciant i !!! Uomini, furbi a qualsiasi latitudine... Carichiamo 6 bici, 3 passeggini (reclinabili) e 7 tricicli (uno regalato). Siamo pronte. Montiamo dietro, sedute sui pacchi, e i cambogiani ci indicano ridendo a crepapelle… e inizia la strada.
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Ci dirigiamo verso ovest, strada sterrata, ottima per stare dietro un camioncino sotto il sole. Pensavamo ci volesse meno e invece stiamo sedute un bel po'. Il traffico a Phnom Penh è davvero strano: prima di tutto non esiste nella concezione di qualsiasi romano o milanese che di vero traffico se ne intendono. È fatto per lo più di motorini Honda con la sella lunga per starci in tre. Ma anche in cinque o sei, a volte, se ci stipi tra un adulto e un altro almeno tre ragazzini. La strada, ovviamente, è piena di bancarelle che vendono ricambi per questo monotipo di motorini. E la persone, altrettanto ovviamente, questi motorini li curano con dedizione, li lavano lungo i canali, sono sempre tirati a lucido. Oltre ai motorini biciclette, usate per lo più da ragazzi, e motorette che trasportano carri pieni di contadini. Qualche risciò a trazione umana o meccanica, molti motordop . Vanno pianissimo i cambogiani, ma non frenano mai. Al massimo rallentano. Hanno i semafori a tempo (-45… -44… -43… al rosso o al verde). Pagherei per averli a Roma. Le corsie sono ben segnate ma non è obbligatorio seguire i sensi di marcia convenzionali. Ma vanno piano e questo fa sì che nonostante io abbia visto più volte un motorino attaccato alle ruote di un taxi o del Lupetto di fatto non ho mai visto nessun incidente. Quasi quasi mi affitto un motorino…
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Arriviamo davanti ai cancelli bianchi delle suore. Cominciamo a scaricare il primo carico. Tutte le cose richieste, + 3 alfieri + 1 passeggino + 4 tricicli + 4 bici.
Ce li fanno appoggiare vicino alla cappella. Non sono sicura che sia una cappella. È una stanza bianca con un altare e dei tappeti per terra. Comunque li mettiamo lì. Poi visitiamo il posto che è anche un ospedale per sieropositivi e malati di Aids. Il piano terra ha una stanza a destra e una a sinistra, separate per uomini e donne. Alcuni sono avvolti nelle coperte. Ora comincio a capire a cosa servano 50 coperte a Phnom Penh. Saliamo un piano.
Dopo un cancelletto un'onda di bambini ci assale. Non c'è altro verbo. Hanno fra i tre e i dieci anni, circa. È difficile capire, molti sono malati. Alcuni gravemente. Si aggrappano ai pantaloni, alle gambe, tendono le mani, sorridono, urlano, ci sono intorno. Le suore li allontanano anche bruscamente. Facciamo delle foto e si divertono molto a rivedersi. Non abbiamo portato nemmeno una caramella. Come abbiamo potuto? Difficile percorrere i pochi metri che separano i “grandi” dai piccoli. Difficile per la gran quantità di bambini che ci seguono, ci toccano, ci vogliono. Altro cancello. Una rapida occhiata ai piccoli, salutiamo calorosamente l'unica nanou presente. Contiamo cinque bambini nei lettini. Uno molto piccolo, e meno di una decina di bambini sul tappetone. Uno in carrozzina per disabili. Hanno tutti meno di due anni. Sono quasi tutti malati. Nessun gioco. Solo una fila di peluche annodati in qualche lettino. Tornando indietro notiamo che anche i grandi non hanno nessun gioco. Ciondolavano sulla terrazza. I giochi ci sono, li vediamo. Altre carezze, altri sorrisi, altri capelli arruffati e andiamo via. Loro ci seguono. Fino al cancello.
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